
Io forzo con la mano accesa
il tuo molle corpo bianco,
che s'abbandona, che cede
sul voluttuoso fianco.
Gli occhi ho già spento: la luce
si colora stridula e varia
sugli oggetti senza grazia
della stanza mercenaria.
Tu rompi in sottili gridi
di gioia inquieta e nova
se la mano ebbra ti giunga
ad un'ignota prova.
Disincantata, e pur fosca
di prodigi è la tua bellezza.
Tu sciogli d'un tratto i capelli
densi d'arcana tristezza.
E lenti s'avvolgono neri
alle mie dita. Sul lembo
della tua carne più viva
io arresto le mani – ed un nembo
d'angoscia le acceca. E ristanno
smemorate a sogni incerti,
come gente che è perduta
nell'insidia dei deserti,
nell'insidia bianca e dolce
della tua sterilità
che nasconde nuovi abissi
d'improvvise voluttà.