
O madre, quando nelle veglie ansanti
ti curvi sopra il fervido mio viso,
attenta e lieve – e al lume dei miei canti
mite scopri la fronte e il dolce riso;
quando sui dubbi che neri guizzanti
mi stringon d'ogni lato all'improvviso,
alzi mesta le pie mani tremanti,
par che ogni inganno sia da me diviso.
Fede materna! E te pur forse un giorno
umile cercherò per la severa
ombra del vespro vanamente intorno.
Non sarà allor senza la voce e il volto
ed il gesto materni, la preghiera
l'eco sublime d'un dolor sepolto?
Invan di carte e sogni la ventura
chiedo: “per aspre vie, solo, piagato
d'urti, cadrò, qual cieco, nell'impura
polvere spegnendo il sangue iroso e il fato?
O salirò sulla più scabra altura
giovane, dritto, e d'allegrezza armato,
splendendo intorno alla mia fronte pura
i nembi e il sole, a gloria, d'ogni lato?”
Io non so – ma com'oggi, o madre, sempre
fedele al fiore dei tuoi casti detti,
sarò fermo guerrier di ferme tempre;
tu, mentre appena ora tre lustri il ciglio
d'ombre altere mi premono, tu aspetti
benedicendo sulle soglie il figlio.