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Il libro

Alta è la notte. Ascolto. Un cane a tratti
ulula, e tace. Un gallo grida. Stride
fuggitiva da un ramo la civetta.
Scricchiola un tarlo dentro il legno. Strani
rumori e voci della notte. Ognuno
cade nel cuore con un tonfo, in onde
si ripercuote di sgomento. Lieto
or chi dorme, e non ode. O se nel sogno
erra fra il pianto; non lo sa; che d'altri
il suo pianto gli sembra e la sua voce.
Io non dormo, non veglio. A me davanti
una mano invisibile dal buio
un libro sfoglia. Leggo. Cosa leggo?
Rapido, a caso, a questo ed a quel foglio
scorro una riga, e trasalisco. E' questo
il mio passato, il mio futuro. Guardo.
La mia scrittura riconosco. Io dunque
scrissi? Ma quando? Ma perché? La mano
altre pagine sfoglia, e io cerca ansioso
alle parole fuggitive un senso.
Ieri, domani,. Ma domani come
scrissi, se ancor non è? Pur la civetta
stride dal ramo lamentosa: è.
Interminata la notte, ed io m'avvolgo,
come in funebre coltre, nel lenzuolo,
supino, immoto, trattengo il respiro,
come un insetto che morto si finge
se tu lo afferri. Ma l'astuzia è vana.
Ad uno ad uno cadono i rumori
nel tristo lago del mio cuore. L'occhio
infaticato al buio legge e legge
solo quel libro – fino a che pietosa
di me, di altri come me, si leva
l'alba. Virginea con le ferme mani
gli occhi mi chiude, mi aggiusta il guanciale;
mi cede al sonno per brev'ora, e poi
vola sull'alta torre, agile scuote
nell'aria che si schiara le campane,
e lieta chiama a un nuovo giorno i vivi.

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