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ARZENI POETA

Bruno Arzeni ha avuto soprattutto la vocazione alla poesia. Ha iniziato a scrivere poesie nel 1917, all'età di soli 12 anni, poi ha continuato fino all'ultima raccolta poetica, L'Orma, conclusa pochi anni prima di morire, alla fine del 1950. Bruno in 33 anni ha scritto circa 420 poesie, mentre l'attività di traduttore lo ha occupato solo otto anni.

Della sua vocazione così scriveva egli stesso: «la mia è una vocazione letteraria ostinata, continua, nata nella primissima fanciullezza acuita, ma non arricchita negli anni, rimasta in fondo senza uno sviluppo ... Solo quattro persone, un morto e tre vivi conoscono in parte le mie poesie»; ... che la poesia, una poesia nata per crudele destino in un terreno ingrato e maligno, sia la ragione prima e ultima della mia vita è certo, è una verità più vera del mio stesso respiro e il resto allora cosa importa?»Scriveva ancora Arzeni: «Poiché non posso e non so far altro, chiedo alla poesia tutto».«La poesia è stata la più assoluta, la più dolorosa, la più consolante ragione della mia vita. E perciò essa ha per me, nei miei riguardi, assolto tutti i suoi compiti».

Chi sente una vocazione è abitato da qualcuno o qualcosa che è più forte e non può fare a meno di “rispondere”, di operare o di “creare”. Ci sono dei momenti nella vita di Bruno Arzeni molto commoventi in questo senso. Infatti così egli affermava nel suo diario: «Ho solo scritto alcune poesie. La poesia è forse l'unica forma veramente essenziale del mio spirito. Anche nella più mortificante disperazione, quando temo di morire da un giorno all'altro, quando non sarei capace di scriver nemmeno la più semplice lettera, essa germoglia con una irresistibile ostinatezza. E' più forte di ogni sgomento e di ogni indifferenza».

Un particolare episodio fissa questo spontaneo germogliare interiore d'immagini poetiche. Era appena finita la guerra, nel 1947, quando Bruno e la sua amata consorte, Helga,accompagnavano Flavia, la loro prima figlia di appena un anno, per una breve passeggiata lungo una strada di campagna costeggiata da un bel canneto. Così Arzeni descriveva, ancora nel suo nel diario, questa scena: «Flavia Rosa guarda stupita le canne, ascolta il loro fruscio misterioso e pare che voglia invitarci ad ascoltare anche noi. Poesia di un canneto. Giochi d'ombre e di luce fra le canne. Fantasie mitiche. Da anni penso di scrivere una poesia sulle canne. Ogni volta che le vedo sento, quasi materialmente, formarsi in me delle immagini poetiche. Ma quando e come riusciranno a concretarsi? fino a quando dovranno ancora germinare nel profondo? Canne, ninfe, giovinezza e mutabilità, fragilità e forza».

Talune immagini poetiche avevano sempre una gestazione difficile prima di divenire autentica poesia. Così Bruno Arzeni descriveva questo evento, anche sofferto: «Io vivo in uno stato virtualmente poetico ogni giorno, potrei dire ogni ora ma il concretamento artistico – quello che poi solo conta – è raro e lento. Un motivo poetico, per svilupparsi in una vera poesia, ha in me bisogno di mesi, talora di anni. É un processo misterioso e difficile. Dalla primavera ad oggi ho segnato in un quaderno i motivi di più di cento ottanta poesie e non so quale di questi riuscirà a svilupparsi».

La ricerca poetica di Arzeni era tutta orientata all'universale, ai valori più importanti per l'uomo, quali il senso della vita, la ricerca del divino, la natura, l'amore. Per questo egli riteneva che la sua poesia fosse di difficile comprensione, anche perché ricca di non poche implicazioni filosofiche. A tal proposito, non dobbiamo dimenticare che Bruno Arzeni si era formato nell'ambiente culturale filosofico dell'idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che nella loro visione immanente identificano il divino con la natura. In molte composizioni poetiche di Bruno troviamo questa identificazione, come ad esempio nelle poesie Il Fuoco e L'acqua. Così in un brano della poesia Il Ragno:

O ragno, io pure tesso la mia tela

meno le tenui fila ad un lavoro

ignoto e dolce che agli altri si cela.

 

Ma se al pianto dell'intimo mio verso

rida un attimo il sole, io taccio e adoro

la divina bontà dell'universo.

 

La ricerca dell'assoluto da parte di Bruno Arzeni rimase costante in tutta la sua vita. Infatti scriveva: «Ma l'arte è un bisogno d'assoluto – anche nella tecnica, nel mestiere: alla sua base c'è un fatto morale ed aspirazione metafisica. Il poeta ingenuo non esiste o è un imbecille. Il poeta è ingenuo perché è sempre nuovo al mondo, perché per lui è tutto terribilmente nuovo ed antico e di questa novità sempre si stupisce e sgomenta. Ma dove c'è poesia vera – prescindendo dalle più o meno facili doti naturali, che gli dei donano a chi e quando lor piace – c'è anche aspirazione all'assoluto, all'eternità ...» (lettera al musicista Lino Liviabella 1947).

Nonostante la sua condizione di malato, non riusciva a considerare la natura come matrigna (Leopardi), al contrario la percepiva come benigna e provvida.La natura e la poesia costituivano la fonte della sua gioia più pura, come sottolineava nel seguente passo di una lettera del 1947, indirizzata a Lino Liviabella:«Alle cose non piacevoli che io (come, del resto, nel tuo campo, ogni uomo) debbo sopportare, è contropartita più che generosa la bellezza della natura e l'esercizio dell'arte. Le due si integrano e illuminano a vicenda – l'arte mi fa capir meglio la natura, e la natura è la più amorosa maestra dell'arte – Un'arte lontana dalla natura è come un volto cieco – non riflette le cose idealizzandole nella sua luce ma le deforma faticosamente nel buio della sua fantasia. [...]Certo, si può sentire e amare e “servire” la natura anche vivendo in città – ma in campagna, sui monti, al mare questo contatto è più facile e più profondo. Si, hai in un certo senso ragione di invidiarmi il mio eremitaggio campestre: ad esso debbo le mie gioie più pure».

 

Romano Ruffini

Sito ufficiale di Bruno Arzeni