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Il miracolo

Le primavere ogni anno con più lento
volo giungevano alla nostra casa.
Tristi uccelli raminghi, dalla meta
dispersi, si posavano sul grigio
davanzale, sfioravano le mura
a ricercar di antichi nidi l'orma,
e sparivano lungi. Fuggitivo
l'occhio cercava l'ultimo orizzonte
tu vergognando rispecchiavi il volto
giovane ancora dentro il mio, più gramo
negli anni e i giorni, e per le vuote stanze
solo ascoltavi dei tuoi passi l'eco.
Ma quando un giorno più deserti al cielo
come una croce il nostro amore alzava
i neri rami, d'un tratto, dal tronco
spuntò un germoglio. Increduli stupimmo
fra timore e pietà, come chi ascolta
sacre leggende: e di un candido giglio
improvviso fiorito fra le nevi
e di sorgente rotta da pietrame
arido, come un raggio dalla tomba;
e i pellegrini d'ogni terra accorrono
genuflessi mirando e va la fama
perfino ai casolari più lontani.
Ed ora nostra figlia come fiore
delle nevi, sorgente dalla roccia,
splende da noi, qui in mezzo a noi, ed il volto
nuovo d'amor c'illumina e i passati
anni redime ed i futuri.  E questo
mio sangue che in grumo se orme s'addensa
ora è limpido rivo, e cui un bambino
affida una sua fragile barchetta
di carta, e l'abbandona, e con lo sguardo
segue nel tremolio mite di sole.

Sito ufficiale di Bruno Arzeni