
Chi sei? Sul foglio che s’oscura cade
lenta cenere l’ombra. Invan la penna
all’arte cerca le parole. Dolci
nella luce fervente ad una ad una
scendevano sul foglio, misterioso
polline a nuovo fiore. Così il giorno
alleviò il canto e così il canto il giorno.
Ma or cade l’ombra, e con l’ombra il silenzio.
Io sono solo ed un pensier mi resta
solo nel buio. In quel pensier s’affissa
l’anima nuda, come ad una suprema
salvezza. E prega. Qual chi nodo a nodo
scese scala di corda da una torre
altissima, e sospeso ora è nel vuoto;
né più osa discendere né indietro
a risalire è forte, e così resta
fermo a quel punto tra due abissi, solo;
ma alle labbra e dal cuore non sa come,
non sa a chi, pur solleva
disperata nel buio la preghiera.
Or tutta la mia vita è questo breve
fiato che lotta con la morte: e sopra
il capo e sotto i piedi l’infinito
qual voragine sento. Chi sei tu
che prego? Forse un idolo dei sensi
tenaci ancora? Un’eco ebbra d’antiche
fedi e chimere? Una speranza? Dio?
Invano chiedo: ed è forse un retaggio
triste d’evi o condanna
di mie mortalità quest’affannoso
chiedere. Quale sia questo pensiero
a cui si stringe l’anima se spenta
ogni altra luce, ignoro: e forse l’uomo
mai non saprà, finché viva alla terra.
Eppur conforto m’è questa mia stessa
fragilità, che s’abbandona ignara
alla preghiera, nulla chiede e nulla
spera al domani, e si confessa. Questa,
si, questa, questa la mia vita: e gli odi
e gli amori segreti e le speranze
e l’ardente desio di superarla
ogni giorno e ogni anno. Ma restava
sempre la stessa. Al fine d’ogni giorno
e d’ogni anno su arena o pietra o foglia
lo stesso volto rividi atterrito.
Senza rancore or la mia vita miro
a me davanti: un affollar di cerchi
vani nel tempo. so che non poteva
esser che quel che fu, con quell’orrore
e il pianto e la speranza. Ora all’ignoto
che nella notte regge il mio pensiero
ultimo, non più mia, tutta l’addito
senza vergogna; e prego. E tal pregando,
sciolta alfin dalla sorte,
si disperde qual polvere alla morte.